Firenze – I film provenienti dalle cinematografie dei vari paesi del mondo ci parlano necessariamente , anche quando non capolavori, sempre e comunque del paese da cui nascono. Ma oltre a questo aspetto scontato, ci danno uno sguardo specialissimo con cui vedere la molteplicità del reale. E ci arricchiscono e ampliano l’orizzonte, additandoci regioni mai esplorate né immaginate.
Anche questo sembra scontato, ma potremmo rifletterci sul serio, provando a ipotizzare che artisti come Kiarostami, Farhadi, Panahi, Rasoulof intingono il loro pennello in una tavolozza di colori fatta da materiali diversi dal solo canone occidentale, e chiederci in che senso e perché paesaggi , persone, situazioni , sentimenti, luci, le ombre, spazi di questi persiani moderni vengono messi a fuoco come con un obbiettivo a fortissima esposizione, con l’effetto di darci una realtà dai contorni poù intensi della norma e tremolanti come un miraggio. Chi è vissuto in Medio-Oriente o in Nord Africa avverte, appena vi rimette piede, odori, sapori, colori di una realtà altra, dalla grana della polvere particolare che nasce dai vari deserti , e dai quali il vento prende forma come simun , e diviene poi più a nord ghibli, scirocco, macaia. Sfibrando gli organismi e penetrando insidiosamente nei meccanismi.
Dopo la seconda, piuttosto deludente esperienza spagnola all’estero – Tutti lo sanno– – mentre la prima, col francese Il passato si era mostrata più nelle sue corde – Farhadi è tornato a girare in patria, e con Un eroe ha riacquisito pienamente il suo vigore ed espressività. Come Anteo appena toccava il suolo natio. E per rinsaldare ancor più le radici della sua ispirazione Farhadi gira il film a Shiraz, l’antica capitale persiana, contigua a Persepoli, luogo ricco di storia e di siti e scavi archeologici, meno caotico di Teheran che ha assunto ormai l’urbanesimo selvaggio delle altre megalopoli del pianeta.
Per inquadrare meglio la vicenda, e lo snodarsi nei suoi vari aspetti cruciali, e spessso labirintici, giovano doverosi cenni. Il protagonista Rahim, un vero antieroe, a dispetto del titolo, ha tratti dell’ “inetto” sveviano, ancora giovane trentacinquenne, un figlio adolescente con gravi deficit logopedici, è separato dalla moglie, e ha una nuova compagna, Farkhonden (da qui sigla F.) con cui convive , ma non sono ancora sposati. Ha un grosso debito con l’ex cognato Braham, fratello dell’ex moglie, che lo ha denunciato per questo, e per la legge iraniana si va in carcere fino all’estinzione del dovuto.
La vicenda inizia col ns eroe-non eroe che esce di prigione in permesso di 2 giorni per cercare il modo di saldare il conto con l’ex cognato. Ma ancora questo non lo sappiamo. Come non sappiamo dove porta il bus su cui sale R. e chi deve incontrare e perché. Il mezzo pubblico ansima per qualche decina chilometri su una strada costeggiata da squarci di rocce calcaree fino a una spianata enorme desolata e sabbiosa, con rado silenzioso passaggio di gente che si muove come per un luogo di culto.
Sapremo solo poco dopo che Rahim è arrivato alla meta, che si tratta del famoso grande complesso monumentale di Naqqsh-o Rustam dove da una parete rocciosa sono state scavate le tombe dei mitici sovrani persiani Dario e Serse e dei loro successori della dinastia achemeide ( oltre 2500 anni fa ) a una trentina di km. da Shiraz . Da questo momento Farhadi ci allestisce un capolavoro di inquadrature, luci e potenza metaforica strabilianti, per la cui prospettiva usa dolly-gru e forse droni. Il caldo e la polvere ti arrivano in bocca e alla testa, ti senti persino colare il sudore, una landa infuocata da sole implacabile, e al centro l’enorme impalcatura, anzi questo reticolo infinito di ponteggi , per il restuaro in corso dell’intero magnetico complesso.
Rahim quindi deve salire lentamente e faticosamente per una scala di legno, e sembra già un novello Sisifo, anche nella discesa. Ecco così una magnifica ouverture di tutta la vicenda , e dell’inferno in cui poco per volta Rahim verrà fagocitato e poi rigettato come inutile scoria. Farhadi riprende il monstrum come un alveare e una torre di Babele, e gioca con le naturali luci abbacinanti , trattandole poi con filtri e obbiettivi ad hoc, per darti l’impressione e le tinte di un vero alveare, dove una miriade di muratori-api sono costipati nelle loro celle , e si muovono lentamente , ma incessantemente.
Farhadi, si sa , oltre alla tesi su Stanislavskij , ha una formazione su Ibsen, Strindberg, Cechov, e nel teatro dell’assurdo in tutte le sue varianti ( Pirandello, Beckett , Jonesco) che poi ha trasfuso nel suo cinema. La scena si trascina una domanda : perché Rahim deve salire fino in cima, per incontrare “chi” ? Ma a pensarci bene, qui non è solo un’ouverture che ci mostra Farhadi, ma già un’ellissi dell’intero film, per cui Rahim entra in questo labirinto-ragnatela-alveare , ma in realtà non ne uscirà più, perché da allora tutto il suo dibattersi, andirivieni da una stazione all’altra – tra ipocrisie, logica dei mass media a tecnologia avanzata, rigurgiti d’orgoglio, opportunismi, ‘persistenza degli aggregati’ della tradizione e dei pregiudizi- sarà alla fine solo un falso movimento. Con questa immagine potentissima e geniale Farhadi fissa una volta per tutte il suo “eroe”, il significato del film, e ci dice che in realtà Rahim non si muoverà più da quella ragnatela. Come una mosca nella tela del ragno. Come lo scarafaggio kafkiano.
E solo quando l’uomo arriva in cima all’ultimo piano, sappiamo che va a trovare nella sua “celletta” (in una delle varie “arnie”) il cognato-ape “buono” e solidale (che lavora da carpentiere al “miele”, buono e solidale, del restauro culturale del sito) e che ha sposato la sorella di R : e questi ora vuole proporgli di mediare con Braham ( il cognato creditore “cattivo”) la transazione del debito tramite assegni e garanzie. Già col cognato, Rahim deforma la verità, millantando di avere sicura la somma di 75 milioni di rial. Il cognato buono è un carpentiere e anche Rahim lo è stato, lo si deduce da come lo salutano festosi per nome gli altri colleghi carpentieri che lo incrociano tra andata e ritorno.
Nella scena successiva Rahim torna indietro sul bus per Shiraz e al capolinea ad attenderlo è la sua compagna F. La donna gli consegna l’annunciata borsa contenente un sacchetto di 17 antiche preziose monete d’oro che ha trovato per strada (sono state smarrite dal proprietario o da qualcun’altro che le aveva rubate? ) e gli dice che con queste monete potrebbe ripagare il debito con Braham. Rahim tentenna, ha dubbi.
E subito, la realtà e la versione ufficiale della cosa hanno un primo twist inaspettato, e una prima falla di credibilità causata dal pregiudizio sociale su un rapporto non considerato lecito dalla società iraniana : la convivenza more uxorio è proibita e comunque da legalizzarsi al più presto col matrimonio. E quindi Rahim per tutelare la donna e tutelare se stesso, dovrà cominciare a rendere una versione diversa della faccenda: la prima verità azzoppata obtorto collo è quella di aver trovato lui stesso la borsa col sacchetto di monete d’oro (e Shiraz coi suoi continui reperti e traffici di tombaroli, può effettivamente essere luogo adatto a simili accadimenti).
Siamo già entrati nel territorio dello strano e del non sense , e quindi anche nella tensione minacciosa alla Pinter che Fahradi sa allestire come già in A proposito di Elly, Una separazione e Il cliente.
Altra successiva tappa in cui l’assurdo prende sempre più forma è all’ufficio di cambio in cui si reca Rahim , con la frustrazione di sentirsi comunicare che la somma che riceverebbe dalla vendita delle monete, è inferiore a quella che aveva previsto e comunque la metà del debito preteso con gli interessi da Brahim, come un’ora fa ha appreso dal cognato buono da prima telefonata fatta al creditore impietoso.
A questo punto Rahim deve tornare in carcere e decide di restituire le monete al proprietario. Per trovarlo mette prima nella zona locandine scritte a mano, fissate con lo scotch in cui si avvisa “che sono state trovare varie monete d’oro nella strada x e che sono a disposizione previa telefonata informativa a un numero y chiedendo espressamente del sig. Rahim Soldanj.”
Avendo dato come unico numero telefonico a disposizione il centralino del carcere, la telefonata a R. da parte della presunta proprietaria della borsa smarrita viene intercettata dal direttore del reclusorio. E questo decide di utilizzare pro domo suo questa azione scomposta e rudimentale di Rahim. E qui ora entra in campo – rispetto al survival culturale del moralismo sessuale , per il quale Rahim è stato costretto a ‘mentire’ per la prima volta – una doppia influenza sociale in cui i due fattori si alimentano reciprocamente : una ‘ragion di stato’ interna all’istituzione che cerca e trova la cassa di risonanza giusta nel sistema enorme dei mass media.
Fatto sta che il direttore per sviare l’attenzione dell’opinione pubblica su un recentissimo caso di suicidio di un detenuto, prende la palla al balzo e decide di cavalcare la notizia di un “detenuto virtuoso” che, trovando in libera uscita un prezioso sacchetto di monete d’oro, li restuisce alla proprietaria, con il corollario dimostrativo della virtù coltivata e promossa dal sistema carcerario iraniano che favorisce con tutta evidenza il recupero positivo dei devianti detenuti ( e quindi non ‘sorveglia e punisce’, ma redime).
Tutto questo viene dato in pasto a sistema radio-televisivo, stampa, social per cui si crea con clamore l’’Eroe Rahim” che accetta il carcere pur di non appropriarsi indebitamente (e impunemente) dell’oro trovato. Rahim viene intervistato dai vari media e da ora in poi gira con il quadretto di “alta benemerenza civile” conferitogli dalle autorità. Non solo, ma l’associazione umanitaria di difesa dei diritti e bisogni dei detenuti , promuove una serie di eventi che , alla presenza di Rahim e del figlio balbuziente , hanno come fine l’ intenerimento verso il “commovente caso umano degno di aiuto” e la raccolta fondi sul posto per arrivare a pagare il debito. E infine, l’amministrazione pubblica offre a Rahim un posto di lavoro decente. Ma Braham “l’infame” , specie di Shylock (di Shiraz) – che si chiama , con l’ a iniziale contratta , come il fondatore delle tre religioni del Libro – non si intenerisce affatto, e i fondi raccolti ancora non lo soddisfano, ben lontani dal coprire il debito maturato.
Ma Farhadi continua a disseminare indizi che minano il quadro edificante e far sorgere dubbi nello spettatore con molteplici verità alla Rashomon. Ma non lo fa al modo dei legal movie, ma con una finezza sottile nel rubare lampi di sguardo quasi sfuggiti dei protagonisti, i loro lapsus ti capovolgono i punti di vista e la certezze ormai raggiunte. Invano. Rahim per esempio nel suo bel viso , incorniciato da una barba curata, ha sempre sguardo smarrito, spesso abbassato, sfuggente : vengono fuori tratti di un povero cristo, un po’ bugiardo per difesa e non per falsità strutturale. E’ comunque un buon uomo che comincia a subire man mano che gli interrogatori si susseguono , il carico di aggiustamenti dei fatti che lo incasinano sempre più.
Il posto di lavoro dato per certo, per via delle sue contraddizioni viene sospeso sine die. La situazione viene aggravata dalla fantasmaticità e ambiguità della donna che è venuta a ritirare le monete: racconta alla sorella di R. una patetica storia di un marito ludopatico e tossicomane , dalle cui dipendenze cerca di salvare quel gruzzoletto “guadagnato con sacrifici” (ma chi ti paga in monete d’oro ?) per assicurare un risparmio per la famiglia , aveva deciso di mettere in banca il ricavato delle monete, dopo averle cambiate all’uffico ad hoc. Ma , presa dallo stress e dalla confusione, avrebbe smarrito la borsa. O forse l’avevano scippata, forse in tram, forse per strada, forse nella sala d’aspetto dell’ufficio cambi stesso…
In più la dabbenaggine di Rahim e di sua sorella, avevano fatto sì che di questa donna non si avesse alla fine nemmeno un nome, un indirizzo, un documento di identità, una dichiarazione scritta: e anche il cellulare da cui aveva chiamato casa della sorella era quello del tassista che portava la donna a destinazione. Da qui la convulsa infruttuosa ricerca della donna, tramite il tassista, nei luoghi che aveva percorso, e la domanda sorge spontanea, non solo da inquirenti e giornalisti : ma chi ci dice che quella donna fosse la proprietaria delle monete? Non potrebbe essere un episodio di sciacallaggio?
L’ultimo disperato tentativo è tentare di carpire dalle telecamere dell’ufficio di cambio almeno un’immagine della donna. In effetti all’ufficio-cambi la descrizione della donna corrisponde, ma le telecamere hanno bisogno di autorizzazione statale, e alla fine un funzionario pietoso , riconosciuto “l’eroe”, gli stampa privatamente un fotogramma catturato della presunta “donna della borsa con monete d’oro”: che mai però ci sarà mostrata nel film.
Il fondo sembra infine raggiunto con l’escamotage suggerito a R. dal funzionario stesso del cambio: essendo la donna ormai ‘un fantasma’, senza nome né volto, allora perché non utilizzare la sua compagna Farkhonden , che dopotutto ha trovato effettivamente la borsa? F. accetta la parte, riempie una dichiarazione autografa, ma per quanto innamorata e vogliosa di aiutare R., di fronte agli inquirenti successivamente non è in grado di dissimulare oltre , e alla prima contraddizione in cui incappa, dice la pura originaria “verità” : è stata lei a trovare le monete, ed è stata lei a consegnarle a R. perché voleva che R. le vendesse e uscisse così di prigione, una volta estinto il debito. Ma come “un “meccanismo ad orologeria” scatta nella “perfetta sceneggiatura” di Farhadi l’ennesima trappola in cui Rahim, F. e la sorella perdono di credibiltà. E la palude in cui affondano è racchiusa in una crudele chirurgica obiezione: “ Ma allora lei, F., se ne voleva appropriare indebitamente?” E la posizione di Rahim in tutto questo ?
Preso dalla disperazione fa la cosa più sbagliata di tutte, affronta Braham, e rispetto allo sprezzante e provocatorio comportamento di questi, perde per la prima volta in vita sua la calma, e gli mette le mani addosso, ricambiato. Una colluttazione in pieno giorno, dentro la copisteria dell’ex cognato, con la figlia di lui che riprende la scena e chiama immediatamente la polizia. E poi padre e figlia annunciano che diffonderanno il “video dell’aggressione di quel delinquente per far capire alla pubblica opinione che R. non è affatto un eroe , ma un violento volgare imbroglione”.
Rahim viene così emarginato e abbandonato in breve lasso di tempo, annullata la trasmissione della più importante tv, che doveva “santificarlo”, perso del tutto il posto promesso, e l’associazione umanitaria pro-detenuti, gli dice che il suo nome è ormai bruciato e gli chiede di destinare i fondi raccolti in favore di un carcerato condannato a morte che potrebbe essere liberato con un risarcimento ai danneggiati e vittime. Per evitare il colpo fatale del video minacciato, F., che è una logopedista acculturata e riflessiva sulla comunicazione, come estremo tentativo chiede alla direttrice dell’associazione di intercedere presso Braham per bloccarne la diffusione, e di dichiarare invece che R. ha di sua spontanea volontà deciso di stornare i fondi raccolti per lui, a favore del condannato a morte. La direttrice acconsente, ma Braham diffonde il video lo stesso.
Sarebbe ormai tutto finito, ma il vicedirettore del carcere propone a R. un’ultima soluzione: un video a casa di Rahom, ripreso dallo smartphone in cui l’ultimo beau gest esternato da Rahim per salvare un detenuto dalla morte deve essere “necessariamente” corredato dalla testimonianza del figliolo balbuziente che diventa così decisiva. Il vero unico ‘pezzo forte’ dell’operazione. La ripresa del video del ragazzo è sconvolgente, instostenibile, nella difficoltà con cui non riesce ad articolare bene nemmeno il nome del padre, nei suoi continui blocchi, e il funzionario dice che proprio per questo il video deve rimanere così. L’efficacia sta in tutto ciò. Salvo Rahim. Salva la reputazione del carcere.
Ma Rahim ha un sussulto di dignità finale : si oppone a che la gente – per salvarsi lui dal carcere e dal fallimento finale – possa vedere suo figlio così, strumentalizzato, stigmatizzato a vita, umiliato, deriso, da un video che diventerebbe virale. E in tale gesto, questo sì autenticamente visceralmente suo, contro tutto e tutti, diventa davvero “eroe”, ma a modo suo: eroe di quelli sconosciuti. E nessuna saprà mai del suo vero eroismo silenzioso e resiliente moralmente e civilmente. Strappa con la forza il telefonino al vicedirettore e lo costringe a cancellare la registazione del video.
Il giorno dopo torna in carcere, rasato a zero e senza barba, e con la misera borsetta dei suoi effetti, attende mestamente nell’anticamera il suo turno di entrata. Gli passa davanti quasi a beffa finale, un detenuto invece liberato: fuori l’aspetta la moglie con una guantiera enorme di dolci prelibati. Dalla porticina d’ingresso semiaperta , in campo medio-lungo Rahim scorcia che l’uomo si ferma fuori a parlare per qualche secondo con la moglie, poi prende la guantiera e torna indietro, entra e la offre a Rahim. E’ il detenuto salvato dal suo gesto?
Pensiamo come altri che questo sia “il film più perfettamente politico” di Asghar Fahradi. Più dei suoi altri notevoli Una separazione e Il cliente, entrambi Oscar 2012 e 2017. E’ un film “politico perfetto”, civilmente, asciuttissimo , senza sentimentalismi, né gonfiezze retoriche , e quindi ancor più efficace come un potente corpo contundente , ma più guantone da boxe che punteruolo. Dove le difficoltà di censura nella società iraniana aguzzano ancor più l’ingegno di un cinema pur d’arte raffinata, che costringe chiunque a interrogarsi su temi come la dignità e l’orgoglio sano, la libertà interiore, malgrado le sbarre, che devono fare i conti con la corruzione degli animi di fronte all’ipocrisia del sistema e dei singoli. In una società da una parte ancora oscurantista, dall’altra pervasa da forti fermenti inarrestabili già nel medio tempo, con un’opinione pubblica famelica, ma vitale, una società in cui i consumi più materiali ed effimeri, hanno anche un’eccedenza culturale crescente.
E, malgrado i chiaroscuri del quarantennio del regime degli Ayatollah, si scopre che in Iran si è sviluppato un articolato e diffuso sistema multimediale (televisione, giornali e social ) come pure il suo cinema di grande valore da almeno un trentennio : ora dopo 43 anni dalla “rivoluzione” khomeinista, si potrebbe parlare di una sorta di grande ‘democratura’ a dominante sciita , ma sempre più laicizzata, in una lenta, ma sensibile riforma dell’ iniziale totalitaria dittatura fondamentalista tout court in un paese di circa 85 milioni di persone, con un ceto medio che cresce in modo esponenziale e che avrebbe nel medio termine strumenti di know-how, formazione culturale e tecnologica, classe dirigente e maggioranza silenziosa per governare ; sempre più vorace nei consumi, ma anche più esigente e ‘riflessivo’, nella domanda culturale e diritti civili : è il ceto che Farhadi riesce a descrivere elettivamente, giacché da questo proviene, sempre più istruito, e smanioso di libertà.
E’ interessante capire come F. riesca a convivere con questo strano sistema a maglie più larghe e allentate di quanto si pensi, se fa passare un film come questo: la teocrazia, attraverso mutamenti carsici, ma importanti, al di là del sembiante e propaganda , sta diventando sempre più ‘sovrastrutturale’ che ‘strutturale’ nella forza propulsiva di una società civile che è già molto avanti e maggioritaria rispetto al regime. Un eroe esprime questa potenza carsica fin dalla locandina: il volto di Rahim è nascosto a metà dallo scuro che riporta i claims promozionali. Come mostrar meglio che “ il re è nudo”? L’evidenza della Lettera rubata di E.A.Poe , nel suo silenzio assordante, nascosta davanti agli occhi di tutti. Già dentro le mura, a fari spenti ancora : un decennio, due ? Senza essere censurato e privato della libertà come succede da tempo a Panahi e Rasoulof del cui recente Il male non esiste, Orso d’oro a Berlino 2022 , daremo conto nel prossimo servizio. Come analizzeremo poi anche il cinema di Panahi.
Farhadi è stato dall’inizio 2022 lambito da voci che lo danno come filogovernativo; voci cui lui- che non ha ritirato il suo primo Oscar 2012 proprio per dimostrarne l’infondatezza – si è opposto sdegnosamente , pronto a ritirare anche “Un eroe” dagli Oscar 2022, cui era stato proposto come anche il finlandese Scompartimento 6 , accumunati entrambi dalla Palma d’oro ex equo a Cannes 2022 , e poi non entrati nella cinquina finale dell’ Accademy.
Infine una nota che riguarda ancora Fahradi: è una vicenda realissima, attualissima e ancora in progress, in cui lui stesso diventa pirandelliano personaggio tra altri tre-quattro che “recitano a soggetto”. Tra cui una giovane regista, Azadeh Masihzadeh , allora sua allieva nel 2015 in vari stage di formazione alla sceneggiatura e alle riprese, da lui diretti ed elaborati in progetto; all’interno di tale progetto , tutor Farhadi, Azadeh ha realizzato un documentario All Winners all Losers, di 40’, e accusa ora il suo stesso tutor di averle rubato l’idea in Un eroe, citandolo per plagio. Fahradi replica querelandola per diffamazione e dimostrando che il caso vero dell’uomo che trova le monete d’oro nei pressi di Shiraz, e che le restituisce, era noto da anni alla stampa, e quindi il materiale non aveva certo originalità, né copyright.
Lo stesso protagonista del fatto di cronaca, invero piuttosto opaco- come la donna che avrebbe ritirato le monete, mai trovata, anzi fantasmatica – era risultato confuso e poco credibile, e comunque anche questi ha recentemente citato Farhadi “per avergli rovinato la reputazione” con Un eroe. Ancora e sempre Pirandello : uno nessuno centomila, così è se vi pare, questa sera si recita a soggetto.