Pisa – Anche il sonno disturbato diventa un algoritmo. Così rivela i suoi problemi nascosti e rende più facile un percorso terapeutico personalizzato. E’ questa l’idea su cui è nata lo scorso anno SleepActa, start up di Pontedera. Il loro progetto (con il logo “Dormi”) prevede il coinvolgimento di una rete di farmacie e professionisti in tutta Italia a cui ci si possa rivolgere con facilità per risolvere un problema che coinvolge ben otto milioni di persone nel nostro Paese.
Ma mentre le farmacie italiane si stanno avvicinando con cautela alla novità, oltreoceano i grandi colossi del settore informatico si sono già mossi per accaparrarsela. L’idea di Sleepacta nasce da un dubbio: ma saranno veri i risultati sul sonno che ci danno i braccialettini per il fitness acquistati a poche decine di euro a Mediaworld o simili? Non lo sono, ma non è colpa loro. Ci spiega il perché Ugo Faraguna, che insegna neurofisiologia all’Università di Pisa, amministratore della start up nata da un anno a Pontedera. In cifre: 5 soci fondatori, più una società veicolo, e 4 dipendenti; utile di un milione di euro previsto entro il triennio.
Professore, ci racconta l’idea su cui è nata SleepActa?
Nel 2017 sono stati venduti nel mondo 500 milioni di braccialettini sensorizzati, usati soprattutto nel fitness. Fra le varie cose che promettono c’è quella di monitorare il sonno. Noi ci siamo accorti che sono molto inaffidabili. Badi bene, i sensori funzionano egregiamente, ma l’interpretazione non convince. Nessuno di questi sistemi è scientificamente validato, per cui non possiamo credere ai risultati. Abbiamo fatto una prova. Abbiamo confrontato i risultati del bracciale con quelli emersi dalla polisonnografia, l’unico test valido riconosciuto, per la stessa persona. Quelli del bracciale erano totalmente inattendibili.
E’ qui che nasce il vostro algoritmo
Esattamente: il nostro modello matematico lavora sui dati raccolti da questi braccialetti e i risultati si avvicinano moltissimo alla verità della polisonnografia. Che è un esame complesso e costoso che viene fatto in ospedale.
Così nasce anche il progetto “Dormi”
Al momento, rispetto all’enorme massa di coloro che hanno disturbi del sonno, solo il 7% si reca in ospedale. Tutti gli altri preferiscono metodi faidate, e quasi sempre vanno dal farmacista a chiedere aiuto. Per questo abbiamo pensato alle farmacie italiane come rete di diffusione del nostro progetto. L’output che esce dai nostri rilievi assomiglia molto al referto di un’analisi del sangue. Il farmacista può offrire una prima lettura e inviare la persona dallo specialista più adatto a risolvere il suo problema. Attualmente hanno aderito a “Dormi” farmacie di Roma, Firenze, Pisa, Milano, Trieste. Ma siamo solo all’inizio.
E’ vero che siete già stati contattati da grandi colossi americani per l’acquisto del vostro brevetto?
Preferisco non parlare di questo. I nostri obiettivi sono sicuramente i mercati internazionali, ma ciò su cui puntiamo e che più ci sta a cuore è vedere la nascita del progetto “Dormi” nel nostro Paese. Attualmente stiamo facendo una mappatura delle farmacie italiane per procedere poi al piano di commercializzazione.
SleepActa, per prima in Italia, ha raccolto 200mila euro grazie all’equity crowfunding, su una piattaforma web autorizzata da Consob. Cosa pensa di questa esperienza?
Sleepacta è stata valutata, ai suoi esordi, tre milioni di euro. Il 6% di questa cifra è stata messa sul “mercato” on line. Tutti potevano investire partendo da un importo minimo di 500 euro. Complessivamente hanno aderito 54 investitori. E’ stata un’esperienza importante ma bloccata purtroppo dai mille lacci e lacciuoli per cui l’Italia purtroppo non è seconda a nessuno. Passaggi da notai, commercialisti, burocrazia. Morale, di questi soldi raccolti a gennaio ancora non abbiamo notizia.
La mancanza di capitale di rischio è un problema grave nel nostro Paese?
Per startup innovative come la nostra è praticamente impossibile raccogliere grosse somme. Si immagini che un mio ex compagno di studi che vive in California è riuscito a trovare finanziamenti per ben 30 milioni di dollari su un progetto. In Italia abbiamo una rigidità nel sistema di investimento che ci rende più simili al Terzo mondo.
Qual è la sua visione futura del settore medicale in Italia?
Noi forniamo servizi manifatturieri di informatica: l’industria 4.0 siamo noi, siamo la manifattura del domani. Guardi che in Italia trovo abilità che negli Stati Uniti, dove ho fatto ricerca per anni, non vedevo. Abbiamo un capitale umano che all’estero se lo sognano! Tant’è che tutto il mondo lo compra. La nostra “fuga di cervelli” in realtà è un acquisto di massa. Con le nostre poche risorse in Italia facciamo quattro volte di più rispetto all’America.
Qualcuno dice che la sfida 4.0 è l’ultimo treno per noi…
I sensori per la biomedicina sappiamo farli. La nostra robotica pisana è di livello mondiale. La capacità di creare piccole cose per piccole produzioni è nel nostro dna. Insomma, questo treno non possiamo e non dobbiamo perderlo.
Foto: Ugo Faraguna