Pittura nei campi di sterminio, quando l’Arte diventa salvezza

Firenze – La giornata della memoria passa dallo spazio Alfieri attraverso la proiezione del documentario ” Perché ero un pittore. L’Arte scampata ai campi nazisti / Parce que j’étais peintre. L’art rescapé des camps nazis” realizzato da Christophe Cognet. Gli studenti di quattro scuole presenti: il liceo artistico di Porta Romana, il liceo Giovanni da San Giovanni del Valdarno, l’istituto tecnico Galileo Galilei e il Russell Newton di Firenze. La pittura, come tutte le altre forme d’arte, permette agli uomini di sopravvivere attraverso l’espressione della tragedia. Ed è proprio grazie agli artisti che ancora oggi disponiamo di testimonianze visive dei campi di concentramento, dell’anima che emerge dagli occhi dei condannati, della paura e della speranza di salvezza. Alcuni disegni sono stati usati nei processi, anche recenti, contro la strage nazista.

“Gli uomini non dimenticano il loro mestiere”, spiega un pittore intervistato, nemmeno nei momenti più critici. “Di segna o in bianco e nero perché i cadaveri avevano perso il loro colore, erano solo una sinfonia di grigi”.
I reperti conservati nei musei sono bozzetti disegnati su fogli di giornale, su carta rimediata dove capitava. Oppure c’è chi ha registrato tutto nella memoria e ha rappresentato quegli orrori una volta tornato a casa, dopo o la guerra.
Una prospettiva insolita, quella dell’arte, che non merita di essere e sottovalutata. I ragazzi ne sono rimasti colpiti: “Non è il classico film o documentario sui campi di concentramento”, dice qualcuno. Un’occasione di riflessione per esplorare il dramma dall’interno, attraverso gli occhi di chi ha trovato la forza di disegnare e di raccontare.

“Non trova strano che i suoi dipinti vengano considerati belli? In fondo stiamo parlando di una tragedia mondiale”, chiede il regista a un pittore intervistato nel documentario, di fronte al suo dipinto di una donna che attraversa tutte le fasi psicologiche prima di morire nella camera a gas – l’ignoranza, lo stupore, la disperazione, l’abbandono. “Gli artisti hanno sempre dipinto la tragedia con la bellezza”, dichiara l’autore. Senza la bellezza, le persone si girerebbero dall’altra parte e non porrebbero attenzione al dolore che vi si nasconde dentro.
Il film ha avuto una lunga preparazione: 10 anni per ricorrere ai disegni, per restituire l’originale anche nella materialità. L’arte, la ricerca della bellezza nell’orrore, l’osservazione come stato mentale,  sono state in grado di salvare i prigionieri, di permettere a loro di sopravvivere? Per Cognet non esiste una risposta univoca, ma di sicuro gli artisti avevano una nozione pittorica precedente che ha permesso una visione alternativa della realtà. Anche nella tragedia. Quindi, in qualche modo, disegnare è stata una forma di salvezza.

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