Fra qualche settimana verranno assegnati i Premi Nobel. Qui possiamo fare qualche considerazione sulla parità di genere e sui premi che avrebbero dovuto essere assegnati, nel passato, a donne di scienza.
La strada da compiere verso la parità di genere e l’emancipazione femminile è ancora lunga.
In campo scientifico il progresso in questo senso è stato apprezzabile, anche se il numero delle donne scienziato è ancora sensibilmente inferiore a quello degli uomini. E’ con soddisfazione che abbiamo appreso che responsabile dell’esperimento ATLAS, che, insieme all’esperimento LHC, ha rivelato la probabile esistenza del bosone di Higgs, è la ricercatrice Fabiola Gianotti.
Ma all’inizio del secolo scorso la prevenzione dell’ambiente accademico verso le donne era grande. Robert Millikan, il premio Nobel americano noto per aver misurato la carica elettrica dell’elettrone, scrisse una lettera al presidente della Duke Univesity suggerendogli di non assumere una docente di fisica in quanto danna.
Un secondo esempio. Lise Meitner (Vienna, 1878 – Cambridge, 1968), geniale ricercatrice austriaca, per trent’anni collaborò con Otto Hahn, lo scopritore della fissione dell’uranio. Nei primi anni della collaborazione, dato che a quell’epoca in Prussia le donne non erano ammesse all’Università, Lise doveva entrare dalla porta di servizio e non poteva accedere alle aule e ai laboratori degli studenti. Il divieto venne annullato solo nel 1909, quando venne ufficialmente permesso alle donne di studiare.
Nel 1933, a causa delle sue origini ebraiche, le venne ritirato il permesso d’insegnamento; ma con l’annessione dell’Austria da parte della Germania nazista, nel 1938, Lise Meitner divenne cittadina tedesca e come ebrea, ormai la sua vita era in pericolo; in fuga dai nazisti, si rifugiò in Svezia. Fu proprio la Meitner, insieme a Otto Frisch, a trovare la spiegazione corretta del fenomeno della fissione. Certamente avrebbe meritato il Nobel insieme ad Hahn.
Da pacifista convinta, durante la seconda Guerra mondiale, la Meitner si rifiutò di accettare incarichi di ricerca per la costruzione della bomba atomica; nel suo epitaffio si legge: “Lise Meitner a physicist who never lost her humanity”.
Un discorso analogo si può fare a proposito del Nobel non assegnato alla scienziata cinese Chien-Shiung Wu (“Madame Wu”, Wú Jiànxíong, 1912 – 1997), che negli Stati uniti, nel 1957, aveva condotto il famoso esperimento sulla “non conservazione della parità” nelle interazioni nucleari deboli, fondamentale nella fisica delle particele elementari. Il Nobel fu assegnato ai teorici che un anno prima avevano previsto questa violazione, Tsung-Dao Lee e Chen Ning Yang.
Non è sempre andato così male. A Maria Skłodowska, meglio nota come Marie Curie (Varsavia, 1867 –Passy, 1934), donna emancipata per i suoi tempi, ne ha ricevuti addirittura due: nel 1903 (assieme al marito Pierre Curie e ad Antoine Henri Becquerel) “per i loro studi sulle radiazioni” e, nel 1911 per la sua “scoperta del radio e del polonio”.
E in Italia, come eravamo?
.” Il professor Nicola Pende, lo scienziato che ha sostenuto le leggi razziali, scriveva che alla donna dovevano essere proibiti quegli studi per i quali “sappiamo che il cervello femminile non è per natura sufficientemente preparato per le carriere delle scienze, della matematica, della filosofia, della storia, dell’ingegneria, dell’architettura.”
A quel tempo una donna su quattro non sa leggere, e questa percentuale sale a oltre il 50% nelle regioni meridionali.
Il Codice penale puniva sempre l’adulterio della donna, ma, solo quando dava scandalo, quello del marito. “Critica Fascista” scriveva: “Fra i due sessi non può esistere parità di diritti perché c’è squilibrio di doveri e la natura stessa ha dato alla donna compiti e funzioni diversi da quelli che ha dato all’uomo”.
Nel novembre del 1941 una ragazza è stata sorpresa in un campo sportivo con calzoni corti ed è stata condannata a 350 lire di ammenda; una signora cinquantenne nel cortile della sua casa, aperto al pubblico, è stata multata dal pretore per 200 lire perché indossava un paio di pantaloni lunghi da uomo Il Podestà di Genova, l’anno successivo proibì nel modo più assoluto al personale femminile di usare negli uffici vesti troppo succinte, di truccarsi e di laccarsi le unghie (da M. Mafai, “Pane nero”, vi consiglio di leggerlo).

Io stesso ricordo l’indignazione della mia mamma, religiosissima, verso una nostra cugina che indossava la gonna a pantalone.
E’ interessante ripensare a come l’ultima guerra mondiale abbia contribuito al processo di emancipazione, che in seguito però è rallentato.
Con la guerra si dovette affrontare una situazione nuova; con molti uomini al fronte, le donne si trovarono nella condizione di dover prendere da sole molte decisioni, di riorganizzare la propria esistenza. Molte di esse ebbero un lavoro, tranviere, postina, impiegata, in fabbrica: primi stipendi, primi soldi da spendere senza chiedere il permesso. Anche la campagna, ridottosi il lavoro maschile per la guerra, fu consegnata molto più che nel passato alle donne.
Ma la situazione cambiò anche dopo l’otto settembre, con l’armistizio e in seguito con la guerra di Liberazione.
Alcune donne erano già da tempo impegnate clandestinamente nella lotta al fascismo.
Molte vi parteciparono, per preparare e diffondere la stampa clandestina, nell’ assistenza agli sbandati e nel nascondere ebrei e altre persone ricercate, nell’organizzazione delle manifestazioni, come staffette, come combattenti nei GAP o nelle brigate partigiane. Nell’Ossola, liberata dai partigiani e “libera repubblica” per quaranta giorni, per la prima volta c’è una donna ministro. Segno anche della loro conquistata indipendenza e autonomia. Notevole fu il contributo femminile al successo dello sciopero alla Fiat, il 5 marzo 1943, e nei giorni seguenti in altre fabbriche.
Fino a qualche anno prima, in molti paesi una ragazza non poteva uscire sola, la sera; poi, con la guerra e la Resistenza, nessuno badava più a queste cose, le donne godevano di certe libertà che prima non avevano mai avute.

Ausiliario Femminile, ritratta a fianco del Maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani,
Ministro della Guerra della Repubblica Sociale Italiana
Dall’altra parte, la Repubblica di Salò aveva organizzato le donne fasciste nel Corpo delle ausiliarie nelle fila dell’esercito repubblicano fascista. Tutte volontarie, purtroppo dalla parte sbagliata. Scrive Ulderico Munzi, in “Donne di Salò” «… diventavano protagoniste, la storia del fascismo non apparteneva più soltanto ai maschi, era la loro grande occasione … Le donne del Servizio Ausiliario Femminile (SAF) erano dunque “prodotti” del fascismo … La loro esistenza era stata plasmata dal Duce … andarono volontarie nella Decima Mas, nelle Brigate Nere, nella Muti e tra le “Volpi Argentate”.
Il Generale di Brigata Piera Gatteschi Fondelli, comandante gernerale del Servizio
Ausiliario Femminile, ritratta a fianco del Maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani,
Ministro della Guerra della Repubblica Sociale Italiana
Dunque ruoli e compiti ben diversi dalle posizioni che il regime fascista aveva per anni assegnato alle donne, angeli del focolare domestico, spose e madri esemplari e prolifiche. Anche questo fu un segno della maggiore autonomia che la guerra consegnava alle donne.
Ma dopo la fine della guerra l’Italia si mostra ancora tradizionalista e retrograda rispetto al ruolo della donna nella famiglia e nella società, anche nei partiti della sinistra; tornano le vecchie discriminazioni, anche nel salario. Certo, si ottiene la grande conquista del diritto al voto politico, che non era mai esistito dall’unità d’Italia.
Da allora molte cose sono cambiate in meglio, seppur lentamente, ma ora sta a noi proseguire il processo senza esitazioni, anche perché non possiamo certo augurarci un’altra guerra affinché esso riprenda forza.