Nell’ottimo articolo dedicato al terremoto finanziario firmato da Federico Parmeggiani, più o meno a metà ci si imbatte in un passaggio sorprendente, un’ammissione che non avevo ancora sentito da nessun economista in questi giorni di burrasca: “Non si comprende bene cosa abbia scatenato questa tempesta, se essa abbia origini totalmente speculative, perché essa stia avendo luogo proprio ora e quali soggetti in ultima istanza ne muovano i fili”.
Da un giorno all’altro ci siamo ritrovati a guardare gli indici di borsa impazziti, ne seguiamo le oscillazioni con trepidazione, cerchiamo una logica nell’isteria delle cifre. Ma l’economia non sembra più in grado di spiegare nemmeno se stessa. Se il baratro (gli esperti lo chiamano default) davvero ci attende dietro la prossima curva forse vale la pena di alzare gli occhi dai listini alla ricerca di qualche elemento che ci aiuti a comprendere.
I solchi profondi tracciati dall’epocale cambiamento in atto sono offuscati dai numeri che fluttuano nei mari agitati della finanza. Accade per esempio che una banca, la Bce, pretenda con successo di dettare un articolo della nostra Costituzione: il significato di tutto ciò non sembra essere stato compreso appieno. E’ il mercato che dopo avere reso inoffensivi i guardiani si appropria del nomos, del diritto, arrivando ad impossessarsi anche dei suoi simboli. Si tratta di un assalto su larga scala al cuore di un sistema di valori dalle fondamenta antiche e profonde che coinvolge intimamente la nostra identità collettiva.
La parola fiducia ha accompagnato questi giorni di tempesta come un mantra. E’ la fiducia dei mercati, al cui giudizio si stanno rimettendo tutti i capi di stato dell’Occidente. E’ davanti a questo spettacolo tragico – in Italia ne sta andando in scena una variante dai consueti tratti grotteschi – che si ha la dimensione della portata di una crisi che non è solo economica. E’ un male oscuro che si manifesta dopo lunga incubazione, un cortocircuito che sta sgretolando i gangli vitali di una civiltà.
Se a decidere del destino dei popoli sono banche e agenzie di rating, oppure nebulosi poteri che si celano dietro la grande finanza lasciata senza briglie; se creditori senza nome pretendono l’ipoteca di contratti sociali, diritti, leggi, allora sul mercato ci sono i fondamenti culturali su cui poggia il nostro mondo. Le conseguenze dei processi che si sono innescati non sono prevedibili, ma rischiamo di trovarci a fare i conti con un cumulo di macerie.
Nessuno può dire cosa accadrà domani, la Storia a seconda delle epoche si serve dagli attori che ne fanno parte o prescinde da essi. Di sicuro non daremo un senso a quello che sta accadendo se non solleviamo gli occhi dagli indici di borsa.