L’articolo 48 della Costituzione Italiana non lascia spazio a fraintendimenti: “Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico.”
Anche i dati sull’affluenza al voto degli italiani però, non si riservano dal mostrare un’evidenza, oltretutto piuttosto scoraggiante: se nel 1976 solo il 7% del corpo elettorale decise di non recarsi ai seggi, quest’anno, secondo quanto riporta una recente stima di YouTrend, sarà oltre il 40% degli aventi diritto al voto a tenersi lontano dalle urne. In breve, il numero degli astenuti potrebbe essere quasi sei volte superiore a quello di cinquant’anni fa.
In tutta sincerità, non credo siano troppi coloro che si permettono di biasimarli: cambiare canale quando ci si imbatte in un dibattito politico, abbassare il volume del televisore ogni volta che viene trasmesso un servizio giornalistico relativo alla campagna elettorale, declinare con gentilezza ogni tentativo di amici e colleghi di intavolare un discorso a tema elezioni, sono tutte scelte che non richiedono alcuno sforzo fisico né mentale, semplici da prendere e rapide da adottare. Penso che nessuno avrebbe il coraggio di negarlo.
Aggiungendo qualche spocchioso commento sulle scarse capacità di governo di parlamentari e ministri, ( “tanto, anche se andassi a votare, non cambierebbe nulla“ o “i politici ormai pensano solo alle poltrone“), ecco che relazionarsi alla politica non solo continua ad essere straordinariamente facile, ma può diventare addirittura soddisfacente: per quanto frustrato e insoddisfatto l’italiano medio possa essere, egli avrà sempre la possibilità di riabilitare la sua autostima paragonando sé stesso alla figura del politico modello, nonché mirabile incarnazione di opportunismo e inattendibilità.
Ormai non è un segreto: è diventata una tradizione tutta italiana quella di trasgredire, magari con qualche ironica battuta inserita a mo’ di scusa, uno dei nostri fondamentali doveri di cittadini; tanto che, abituati a questo scetticismo dai genitori e dagli adulti che ci circondano, anche noi giovani finiamo per incasellare nella categoria dello “sfigato” chiunque abbia meno di 30 anni ed esprima interesse per la politica .
E così screditiamo come ridicola l’iscrizione in massa dei politici su TikTok, consideriamo futili ed unicamente adulatorie le promesse dei partiti di garantirci un futuro migliore, e il 25 settembre, piuttosto che perdere tempo ai seggi elettorali , organizziamo grigliate o weekend al mare con gli amici .
Io stessa, prima di compiere 18 anni quest’estate, ho sempre guardato alla politica con una certa indifferenza; finchè il 21 luglio scorso è caduto il governo Draghi ed ho quindi realizzato che presto avrei dovuto ritirare la mia tessera elettorale e votare per la prima volta.
All’inizio la propaganda dei leader politici mi ha spiazzato: li visualizzavo tutti in piedi, uno accanto all’altro, intenti a sciorinare davanti a me le loro proposte vincenti intervallate da un’immancabile serie di insulti rivolti all’avversario di turno.
Nel frattempo il mio cervello alimentava senza sosta una corrente impetuosa di pensieri e rimorsi:”è colpa mia se fino ad un mese fa non conoscevo il termine flat tax, i vantaggi e gli svantaggi dell’energia nucleare o il funzionamento del reddito di cittadinanza? È colpa mia se non avevo neppure ben chiare le differenze tra coalizione di centro-destra, centro-sinistra e terzo polo? E’ colpa mia se faticavo a distinguere Ius Soli, Ius Scholae e Ius Sanguinis?
“Sì Nicole, in parte è anche colpa tua”, mi sono inizialmente risposta, seppur con una certa esitazione. D’altronde non ho alcuna intenzione di mentire né di risultare ipocrita: noi ragazzi spesso amiamo aggirare gli ostacoli e vivere nell’illusione che non sia ancora giunto il momento di assumerci le responsabilità evidentemente scomode. Finchè facciamo esclusivamente coincidere la vita adulta con l’eccitante conquista della libertà e dell’autonomia dai genitori (firmarsi da soli le giustifiche per le assenze alle lezioni, entrare nei locali vietati ai minorenni, studiare per ottenere la patente…), non vediamo l’ora di tagliare il traguardo della maggiore età; quando ci viene però ricordato che essa comporta allo stesso tempo una serie di fondamentali doveri, come quello di tenersi informati sulle dinamiche della politica e sulle più disparate proposte dei partiti in campagna elettorale, ecco che preferiamo tirarci indietro con qualche sprezzante forma di diniego: “io non vado a votare, non ne so nulla e non mi interessa saperne nulla”, facile nascondiglio per la nostra pigrizia selettiva.
Ciò non toglie che, prima del 21 Luglio, pochi parlamentari avevano dimostrato reale interesse nei confronti di quella famosa generazione Z su cui ora ogni partito ha puntato gli occhi addosso, e altrettanti pochi si erano impegnati nella ricerca di un efficace metodo per attirare l’attenzione dei più giovani ed avvicinarli così al mondo della politica.
A rendere drammatica una situazione già di per sé preoccupante ha inoltre provvisto l’assurda inefficienza del sistema scolastico italiano, colpevole di non aver ancora imparato ad affidare il giusto spazio e la meritata attenzione ad attività attualmente escluse dal programma didattico tradizionale, quali dibattiti su temi di attualità, letture collettive di articoli di giornale, discussioni sulle proposte dei candidati alle elezioni (e questi sarebbero solo alcuni dei tantissimi esempi possibili). E no, l’invenzione delle ore obbligatorie di Educazione Civica non è una scusante, se essa continua a mantenere lo scarsissimo livello di utilità che finora ha saputo dimostrare.
Se credete che io stia esagerando, allora credo di dovervi informare del fatto che, almeno nella buona parte delle scuole superiori reggiane, l’approccio dei professori nei confronti di questa disciplina è il seguente: ignorare il loro dovere per l’intera durata del quadrimestre, per valutare solo in seguito l’alunno sulla base del “comportamento da civile cittadino italiano dimostrato all’interno dell’ambiente scolastico”.
Ciò che mi sembra di capire dunque è che, ancora una volta in Italia i decreti esistono, i buoni propositi anche, ma non sempre vi è chi li sa applicare. Nulla di nuovo: “le leggi son, ma chi pon mano ad esse?”, in fondo lo scriveva già Dante. A questo punto, pur essendo l’esercizio del voto un dovere civico, chi vieta agli italiani di trasformarlo in un facoltativo hobby domenicale ?