Firenze – 59° Festival dei Popoli, titolo MY WAYS. Stamptoscana incontra il direttore del Festival Alberto Lastrucci per un’intervista che parte proprio dalla “ricerca delle proprie strade”.
In questi giorni ha luogo la 59° edizione del “Festival dei popoli” sotto il titolo MY WAYS. Come dobbiamo interpretare questa espressione in rapporto con il programma di quest’anno?
“Questa espressione, che è il claim del festival MY WAYS, è un po’ difficile da tradurre in italiano. Per questo l’abbiamo lasciato in inglese. E tuttavia è un’espressione che, in inglese o in italiano, stiamo tornando a usare spesso quando incontriamo i registi che sono qui al festival. Perché nel raccontare le loro esperienze nel costruire i film, dove emerge il tipo di umanità incontrata, le storie, si segnala proprio il punto: che il regista, il film-maker, era in un ambiente, grande o piccolo, con molte persone o con poche persone, in una situazione difficile da gestire oppure fortunatamente pacifica, ma in ogni modo hanno dovuto trovare THEIR WAYS per raccontare queste storie. Quindi c’è sempre qualcuno che osserva. Il mondo esiste perché c’è chi lo osserva. Quindi MY vuol dire ‘io sto guardando’. Però non sto guardando qualcosa che è unico, sto guardando qualcosa di complesso, ampio. Quindi molto spesso per andare avanti non ho una sola strada, ma ne ho tante. E può essere anche che il mondo di oggi ci permetta di non dovere per forza seguire una strada piuttosto che un’altra, ma di potere mantenerle nella loro estensione, più di una. Per esempio si parla di social, di comunicazione social, quindi posso essere me stesso, posso essere un’altra persona, posso essere più personalità. Quindi c’è un MY che è uno e WAYS plurale, tanti.”.
E percorrendo la loro strada, i registi sono riusciti a raccontare le storie, storie che affrontano temi sociali certamente diversi. Ma possiamo dire che hanno anche qualcosa in comune che rappresenta un po’ il focus di questa edizione del festival dei popoli?
“La scelta è stata quella di raccontare il presente. Che poi è il compito che ogni anno il festival si propone. Quindi una selezione di film di tutto il mondo, in cui siano raccontate le varietà geografiche, in cui siano presenti più o meno tutti i continenti. Più o meno in quanto è ovvio che tutti sarà impossibile siano presenti: tuttavia importante è che ci sia la rappresentazione dell’umanità, con la sua diversità somatica, lingue diverse, culture diverse. C’è poi una cosa molto importante, che attraversa vari film, ed è l’uso della memoria. La memoria che ognuno di noi coltiva, la memoria individuale, il passato, quello che ci hanno insegnato i genitori e ancora più indietro nelle generazioni, e le memorie collettive. Cosa pensa un popolo. Abbiamo visto un film su Mandela, visto che parlava di cosa pensa il popolo sudafricano in rispetto all’apartheid e che ricordi ne ha. E poi ci sono gli archivi. Gli archivi che sono forme di contenitori dove noi mettiamo le nostre memorie. E a cosa servono questi archivi? Servono a farci capire che il passato è importante, ma non sono delle casseforti. La memoria, la registrazione e l’archivio servono per costruire il futuro. Se non è così, diventa un’operazione di mummificazione. Invece queste memorie, questi archivi servono per il futuro. Quindi abbiamo anche dei film che ci fanno intravedere come potrebbe essere il nostro futuro. Presentiamo questa sezione che è ancora da iniziare, che si chiama HABITAT, che parlerà dell’ambiente, del mondo di oggi raccontandoci sia com’è la situazione del pianeta dal punto di vista dell’ecologia sia che cosa offre la scienza, la tecnologia nelle sue ultime scoperte, ultime invenzioni, macchine, computer, intelligenze artificiali, robot. Tutto ciò aiuterà l’umanità a stare meglio. Qualcuno dice sì, però ci sono anche eroismi”
Un rinnovamento per il festival dei popoli è rappresentato da la sezione ‘Doc Explorer’. Può spiegare un po’ questo format nuovo?
«’Doc Explorer’ è una sezione nuova di quest’anno. Dentro ci sono tutta una seria di forme di narrazione che non sono la produzione cinematografica classica.. Quindi c’è Virtual Reality, c’è bisogno di un casco, c’è bisogno di un visore e il film ha una sua tridimensionalità. Poi c’è ‘Web doc’, ‘I-doc’, sono film documentari che si vedono in rete utilizzando il computer. E poi c’è anche ‘Live documentary’. Una forma di spettacolo in cui si mischiano teatro, attori, musicisti e delle produzioni che interagiscono. Quindi sono contaminazioni, la narrazione entra in un computer. La narrazione in teatro con degli attori vivi, in carne e ossa, oppure appunto l’esperienza del casco virtuale. Qui viene fatto in modo che le persone che partecipano alla stessa seduta vedano il film che viene fatto partire insieme e finisce insieme. Così quando si levano il casco, sono stati tutti nello stesso film. Questo è ‘Doc Explorer’. Negli anni poi ci saranno anche altre forme di nuova narrazione”.
In questo processo di rinnovamento, Firenze, come sede del festival dei popoli, ha un ruolo centrale. Quale importanza è data alle collaborazioni ed agli intrecci con altri paesi?
“Noi abbiamo una fitta rete di partner qui a Firenze che ci aiutano non soltanto a fare il festival ma a creare una rete di interessi, di argomenti in comune, anche per attirare spettatori sempre più numerosi. Attraverso la rete, persone che stanno seguendo una cosa, possono essere invitati e incoraggiati a seguire anche un’altra. Questa stessa rete funziona anche all’estero, perché sono molti i paesi che rappresentiamo, e quindi le delegazioni provenienti da tutti i paesi fanno sì che in questi giorni a Firenze ci sia tutto il mondo. Ci sono ospiti di tutto il mondo.»
E visto che c’è tutto il mondo a Firenze, chi è il pubblico del festival dei popoli e come risponde ai documentari sociali?
“Il pubblico del festival dei popoli è un pubblico che mi piace molto. È un pubblico eterogeneo per provenienza, per istruzione, per età. Non è un festival che ha un pubblico tutto uguale. Il festival ha un pubblico che va da bambini fino a signori molto anziani, anzianissimi. Qualcuno era qui anche alla prima edizione del festival. Questo è bellissimo. Ci sono tutti. Ognuno trova il suo festival perché nessuno vede tutti i film, ognuno ha il suo percorso. E sono molto esigenti. Pretendono la qualità, pretendono un insieme di film belli, appassionanti, interessanti Quindi al festival dei popoli non possiamo proiettare film per motivi commerciali. C’è un patto tra me e loro. Io faccio vedere la qualità e loro questo lo sanno. Se faccio vedere qualche volta un film che non sia al livello cui sono abituati, loro me lo segnalano. Insomma, siamo qui negli spazi del cinema, io e i miei colleghi siamo visibili. Allora gli spettatori ti parlano e ti dicono “bello, mi è piaciuto, interessante, questo non mi è piaciuto”. Questo è più o meno il rapporto tra noi e il pubblico”.
Il pubblico ha allora un ruolo molto attivo al festival dei popoli, come dimostra anche la domanda di Vittorio Iervese, presidente del festival, che chiede: “Si può essere qualcosa di più che meri spettatori?” Qual è la sua risposta a questa domanda?
“Vuol dire che noi, attraverso i film che facciamo vedere, vogliamo che il pubblico pensi, si faccia delle opinioni. Quali sono queste opinioni, noi non lo sappiamo e non lo dobbiamo decidere. L’importante è che questa settimana passata con noi al cinema sia servito per far crescere nuove curiosità, qualcosa hai capito, qualcosa non hai capito, domani vuoi andare a approfondire. Ho visto un film che mi parlava di un paese che non ho mai visto e voglio conoscerlo meglio. Ho conosciuto delle situazioni di un paese diverso dal mio o ho conosciuto delle situazioni del mio stesso Paese ma non ho mai visto raccontarne così. Questo mondo ci sta al cuore senz’altro. Cosa si può fare per migliorare? La politica, quella che abbiamo, o stiamo sperando in una politica migliore? Quindi ecco, questo vuol dire che non crediamo che la persona debba sedersi al cinema con popcorn o senza popcorn, passare due ore per poi tornare a case, senza far altro che star lì. Noi pensiamo che i nostri spettatori siano un po’ più sollecitati perché non diamo dei film rassicuranti. Poi ci sono i nostri ospiti per cui, oltre che vedere i loro film, senti anche cosa dicono, e tu hai la possibilità di parlare con il regista, cosa che al cinema non è possibile. Quindi quando il regista viene qui, vuole vedere cosa fa il pubblico. E il pubblico fa delle domande sul film”.
Foto: http://www.festivaldeipopoli.org/blog/see_news/2018/spazio-alfieri/1371, forogramma da The Girl of 672K, regia Mirjam Marks (Paesi Bassi, 2015, 18ʹ)