Europa al voto, Pasquino: “C’è spazio per rilanciare l’integrazione”

Firenze – Crescono gli euroscettici e gli eurodelusi, ma questo non significa che le grandi famiglie politiche non conquisteranno una buona maggioranza nel Parlamento che verrà eletto il 26 maggio prossimo. Soprattutto si deve contrastare l’opinione che le istituzioni europee non siano democratiche: “Il problema non è l’indubbia democraticità. E’ la difficile funzionalità”, dice Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna, docente di European Studies al Bologna Center della Johns Hopkins University, per tredici anni senatore della Repubblica.

In questa intervista a Stamp Toscana, Pasquino sottolinea la necessità di riforme per rilanciare il processo di integrazione, come l’abolizione delle votazioni all’unanimità e rendere più trasparenti i processi decisionali.

Perché gran parte dei cittadini europei si sono allontanati dall’ideale dell’integrazione europea e di chi è la colpa? Le elezioni del 27 maggio 2019 saranno secondo lei un referendum su opposte visioni dell’integrazione europea?

I dati dell’Eurobarometro, la fonte più qualificata, non confermano la tesi di un allontanamento generalizzato dei cittadini europei dall’ideale dell’integrazione europea quanto, piuttosto, una crescita dei critici e degli scettici che molto si aspetta(va)no e che oggi sono delusi. Inoltre, si sono attivati coloro che si oppongono in maniera emotiva all’Unione Europea, anche perché, con tutta probabilità, non la conoscono a sufficienza. Le elezioni del 26 maggio, paese per paese, avranno caratteristiche specifiche, ma non potranno affatto essere un referendum sull’UE: remain or leave. Sono convinto che se la scelta fosse proprio fra restare o abbandonare, i « restanti » vincerebbero alla grande. Sono sicuro che le tre grandi famiglie europee: popolari, socialisti e democratici, liberali e verdi avranno una buona maggioranza nel prossimo Parlamento europeo. Spero che sapranno farne un uso accorto, mirato, orientato al miglioramento della vita dei cittadini europei e alla costruzione di un futuro migliore.

Quali responsabilità per questa situazione si possono attribuire alle istituzioni, Commissione, Parlamento, Consiglio? Qualcuno parla di un deficit di democrazia e di un’eccessiva tecno-burocratizzazione delle istituzioni europee.

No, il deficit democratico non sta nelle istituzioni europee e neppure nelle loro relazioni e nel circuito politico complessivo. L’Unione Europea funziona con regole e procedure democratiche e con istituzioni prodotte democraticamente che cercano di interpretare le esigenze degli europei, riuscendovi più o meno bene. Il problema non è l’indubbia democraticità. E’ la difficile funzionalità. Ho variamente elaborato questi elementi nel mio libro L’Europa in trenta lezioni (UTET 2017). Comunque, nella misura in cui esiste, il deficit, primo non attiene alle istituzioni, ma alle procedure, persino troppo aperte a una miriadi di associazioni e di gruppi di interesse; secondo, deriva da quel che rimane della necessità di ricorrere all’unanimità nelle votazioni del Consiglio dei capi di governo che offre occasioni di ricatto anche ad un solo Primo ministro furbescamente dissenziente (più confronti e più scontri a viso aperto e in piena trasparenza è la mia proposta); terzo, è anche responsabilità dei cittadini europei, del loro scarso interesse per l’Europa, della loro limitata informazione, della loro deplorevole non-partecipazione. Chi non partecipa, ad esempio, alle elezioni del Parlamento europeo (e nel 2014 furono il 56 per cento degli aventi diritto) è parte del problema, non della soluzione.

In ogni caso tutti sono d’accordo sulla necessità di una riforma. Quali dovrebbero essere secondo lei i pilastri per questa riforma?

I pilastri già esistono, si trovano tutti nel Trattato di Lisbona. Nelle risposte precedenti ho già detto della auspicabile abolizione delle votazioni all’unanimità, della necessità di maggiore trasparenza, forse nell’affidamento di più potere decisionale alla Commissione e ai singoli Commissari e nella più ampia trasparenza dei procedimenti decisionali. Se, poi, vogliamo, e credo che dovremmo volere, creare un’Unione più stretta, allora che i singoli Stati-membri aumentino le dimensioni del budget europeo e nominino un Commissario incaricato della supervisione e gestione del sistema economico dell’Unione.

E’ ancora pensabile una maggiore integrazione politica? E in che forma?  La Brexit ha cambiato gli equilibri nel senso di aprire possibilità di maggiore integrazione o no?

E’ imperativo trovare modalità per integrare di più e meglio i sistemi economici degli Stati-membri (come ho accennato sopra), per produrre una convergenza delle forme previdenziali, assistenziali, di benessere, per coordinare le politiche sociali degli Stati-membri. Il federalismo da conseguire dovrà mantenere elementi di competitività, ma dovrà contemperarli con una vasta gamma di interventi all’insegna della sussidiarietà. Esiste uno spazio grande per l’innovazione e l’invenzione istituzionale. Aggiungo che esistono altre domande di adesione che possono offrire opportunità di adattamento e mutamento. La non-finita, infinita Brexit contiene enormi lezioni sul costo dell’uscita che, volenti o nolenti, i sovranisti stanno imparando.

Germania e Francia hanno ribadito con trattato di Aquisgrana che andranno comunque avanti e che l’Europa si baserà sempre sulla loro alleanza. Pensa che le due velocità sia una soluzione ora sempre più immaginabile ?

Senza Germania e Francia non è possibile fare passi avanti, ma neppure un accordo più generale fra Germania e Francia può da solo produrre un’Unione più forte. Anche gli altri stati membri possono inserirsi efficacemente se sono credibili e animati da convinzioni. Purtroppo, l’Italia, soprattutto, ma non solo, con il governo giallo-verde, non ha convinzioni e non è credibile. Ciononostante, potrebbe agganciarsi a Stati che volessero andare a una maggiore velocità. Ci sono già due velocità nell’Unione: gli Stati che hanno l’Euro e quelli che mantengono le loro monete nazionali. I primi potrebbero tentare di darsi un coordinamento anche fiscale, insomma mettere una marcia in più. Sono convinto che altri Stati si sforzerebbero per non essere lasciati indietro.

Quale risposta dovrebbe venire dai cittadini europei per affrontare la crisi epocale delle migrazioni ?

La risposta non può venire unicamente e neppure principalmente dai cittadini europei, ma deve venire dall’Unione. La risposta non si trova soltanto in Europa, ma in Africa e nel Medio-Oriente. Regimi autoritari, repressivi e corrotti, guerre civili, fondamentalismo islamico, pressione demografica sono tutte condizioni responsabili dell’ondata epocale di migrazioni. Non sono condizioni destinate a cambiare nel breve termine, se non in misura minima. L’Europa può ospitare quei migranti, meglio se con una politica accorta, non di apertura indiscriminata, ma con procedure di selezione e di sostegno all’inserimento. Anche se con non poche difficoltà, ci riuscirà.

Si potrà riproporre il tema di una costituzione europea che è la base di una vera federazione di stati e di una cittadinanza europea?

Non credo ci sia bisogno di una costituzione europea. Il Trattato di Lisbona contiene quasi tutto quello che una Costituzione dovrebbe avere. Il resto può venire senza problemi da emendamenti e variazioni e da accordi specifici, puntuali, resi solenni. Cittadinanza europea? già esiste. Potrebbe, forse, essere consacrata con misure come un passaporto unico. La Corte Europea di Giustizia già tratta, nelle possibilità di accesso e nelle sentenze, i cittadini degli Stati-membri come cittadini europei

Quale dovrebbe essere il ruolo dell’Europa in un mondo di potenze sempre più concentrate sui loro interessi caratterizzate da una gerarchia di potere fortemente centralizzata?

La forza dell’Unione non sarà mai militare. Consisterà sempre nella sua civiltà. Mai hard power, ma una combinazione di soft e di smart power. Più precisamente, l’Unione Europea ha il merito storico di avere costruito il più grande spazio di diritti e di libertà al mondo. Deve acquisire maggiore convinzione in se stessa, migliori capacità di comunicare tutto quello che ha conseguito e di predicare la positività del processo che ha posto fine alle guerre sul continente europeo e dato prosperità a centinaia di milioni di persone. In maniera ovviamente diversa e a stadi diversi, USA, Cina e India sono attraversate da contraddizioni. Quando critichiamo l’Unione Europea interroghiamoci anche su dove vorremmo vivere noi e dove vorremmo che vivessero i nostri figli. Chi sceglie una delle tre potenze sopra citate, prima di andarci a vivere, rifletta, studi, acquisisca informazioni. Se risponderà che altrove la qualità della vita (anche politica) è migliore di quella che vivono gli europei, vada dove lo porta la sua valutazione. La mia risposta oggi e domani promuove quasi incondizionatamente l’Unione Europa che c’è e quella che verrà.

Foto. Gianfranco Pasquino (ph. di Cesare Martignon)

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