Firenze – Secondo intervento per quanto riguarda il dopo Covid, o meglio il mondo in seguito al coronavirus. Stamp ha raggiunto l’avvocato Danilo Conte, specializzato in diritto del lavoro, ponendo tre domande anche a lui, dopo l’intervento dell’esponente della Cgil Maurizio Brotini (https://www.stamptoscana.it/dopo-covid-brotini-cgil-la-tecnologia-non-e-mai-neutra-necessarie-nuove-regole/
D. Quale sarà il problema o i problemi più immediati che dovremo affrontare nella fase del dopo coronavirus?
R. Nell’immediato abbiamo bisogno soprattutto di liquidità e non mi sembra che né l’Europa né le banche stiano facendo il loro dovere. Ma mi appassiona poco ogni riflessione sulla cosiddetta Fase 2 se non è inscritta in un orizzonte più ampio, se non è chiara la necessità di ridisegnare da subito l’orizzonte della ricostruzione, ripensare il modello di società che vogliamo costruire, riflettere sulla nozione stessa di benessere e di felicità. Sono tra quelli che ritiene che sin dalla fase del rilancio bisogna decidere verso cosa e dove vogliamo andare, che il mondo di domani dipenderà dalle decisioni di oggi. Mi colpisce molto vedere che quelli che oggi si lamentano perché lo Stato non fa abbastanza sono gli stessi che sino a ieri chiedevano meno Stato e più mercato. Hanno magnificato per decenni il dio mercato come unico motore del benessere facendo della deregolamentazione una fede cieca non supportata, peraltro, da riscontri oggettivi. Io mi occupo di diritto del lavoro. Gli ultimi trent’anni sono stati un inno continuo al precariato perseguito scientemente con continui e appositi provvedimenti normativi, l’elenco sarebbe lungo e coinvolgerebbe tutti i governi. Abbiamo ridisegnato il lavoro volendolo proprio così, fragile, precario, senza diritti, insicuro. Con i lavoratori sfruttati e non garantiti non si può ricostruire nessun rilancio dell’economia. Abbiamo in tutti i servizi organici ridotti all’osso e oggi scoprono che negli ospedali e nelle scuole manca il personale. Ci siamo tagliate tutte e due le mani e oggi ci lamentiamo di essere senza dita. Per questo dobbiamo decidere da subito verso quale società vogliamo andare. Mi fa rabbia leggere che il sindaco di Firenze oggi si dispera per il buco di bilancio e afferma che i residenti devono tornare nel centro di Firenze. Sono passati solo pochi mesi da una campagna elettorale in cui tanti cittadini chiedevano al sindaco di fermarsi a riflettere sul fenomeno dell’overtourism a Firenze, denunciando che questo modello economico aveva i piedi d’argilla e stava distruggendo le relazioni umane e sociali nella nostra città ed ogni idea stessa di comunità. E mentre si proponevano misure economiche ed urbanistiche in controtendenza che consentissero di puntare su un’economia diversa, su artigianato di qualità, università, ricerca, formazione, restauro, design, produzione di cultura, lui proponeva la funivia in stile Disney su Boboli, l’ennesima calamita per turisti. Ora il Sindaco la ritiene ancora prioritaria la funivia di Topolino o dobbiamo piuttosto come prima cosa mettere in sicurezza le nostre esistenze garantendo che ogni decisione che assumiamo oggi sia compatibile con le sorti del Pianeta? Occorre dunque da subito avviare la ripubblicizzazione dei servizi e un piano straordinario di assunzioni pubbliche, accompagnato dalla riduzione dell’orario di lavoro. L’Italia è uno dei Paesi con il minor numero di dipendenti pubblici nel rapporto popolazione / dipendenti pubblici. I sussidi vanno bene per l’emergenza, ma per far ripartire l’economia, ci vuole lavoro stabile e con diritti garantiti, solo così cresce la domanda interna. Quanto alle risorse per questo piano straordinario di assunzioni devono essere trovare nella tassazione delle rendite finanziarie e in una drastica riduzione delle spese per armamenti. Credo che ormai dovrebbe essere chiaro a tutto che le malattie del Pianeta non si combattono con le Portaerei.

D. Quale sarà il ruolo della tecnologia nella ripresa economico-sociale?
R. La tecnologia giocherà comunque un ruolo importante. Ma la questione non è tanto se giocherà un ruolo più o meno importante, quanto domandarsi ancora una volta, per fare cosa? Con che obiettivo? Vogliamo utilizzare la tecnologia solo per l’incessante ricerca di una maggiore produttività o per perseguire, anche qui, una diversa idea di benessere? Le faccio un esempio di grande attualità. Lo smartworking può essere o una grande opportunità o l’ennesimo strumento di sfruttamento ed atomizzazione del lavoro. Lo smartworking passata l’emergenza dovrà tornare ad essere volontario. Si tratta di una modalità di effettuazione della prestazione che da un lato può liberare tempo, più tempo libero per la famiglia, gli amici, per coltivare le proprie passioni. Al tempo stesso contribuisce alla frantumazione del mondo del lavoro, isola il lavoratore, riduce il confronto gli spazi per le relazioni sociali e sindacali. Non va sottovalutato il valore aggiunto del lavorare in squadra, del rapporto umano che si intreccia con il rapporto lavorativo, del benessere intrinseco nelle relazioni umane e sociali. Non si tratta di valori inferiori alla “produttività”, descrivono semplicemente un PIL diverso costruito con altri indicatori. Ecco ritengo che anche nell’approccio alle tecnologie si debba guardare più lontano.
D. Cosa pensa del digital divide, che per qualcuno potrebbe mettere a rischio i sistemi democratici?
R. Si è parlato poco in queste settimane della sperequazione che colpiva una famiglia con un appartamento piccolo, un solo pc o neppure quello ed un collegamento internet scadente rispetto alla famiglia con la fibra, grandi spazi, tanti strumenti informatici. Alcuni hanno proposto di bocciare i ragazzi che non hanno seguito diligentemente la didattica a distanza senza domandarsi, ma questi in che casa vivono, quanti sono, in quanti si devono collegare contemporaneamente? L’informatica può rendere più uguali ma può anche acuire le differenze sociali. Senza parlare del tema dell’accesso ad una informazione corretta e quanto la manipolazione delle informazioni costituisca la tomba della democrazia rappresentativa. L’accesso alle tecnologie dell’informazione rischia di aumentare il divario già esistente in una società in cui le differenze di reddito e di risorse sono andate negli ultimi decenni aumentando e non diminuendo. La questione quindi non può essere elusa, la democrazia si nutre di partecipazione e si fonda sull’uguaglianza.