Firenze – Nel ricordare Narciso Parigi desidero prendere avvio dalle lunghe conversazioni che abbiamo avuto sulla grande stagione di Radio Firenze (nata all’indomani della Liberazione) e di cui lui, benché giovanissimo, fu uno dei maggiori protagonisti.
Le trasmissioni radio della Rai avevano allora una configurazione policentrica (detta a stella) e la Sede di Firenze fu subito un punto di eccellenza. Per me, appassionato di storia della radiotelevisione, era un vero piacere sentir rievocare con precisione di particolari la mitica orchestra Ferrari, Botta e risposta di Silvio Gigli, poi gli sceneggiati radiofonici (che per un certo periodo venivano addirittura trasmessi in diretta), e Il Grillo canterino.
Per la sua nota modestia, Narciso parlava poco di sé stesso ma io sapevo bene che le sue canzoni erano un distintivo e un vanto delle trasmissioni che Radio Firenze diffondeva a livello nazionale.
I più giovani oggi lo ricordano soprattutto per l’inno della Fiorentina e non intendo certo sottovalutare questa Canzone viola che è nel cuore non solo dei tifosi ma di tutta la città. Non a caso, la celebre versione incisa da lui del 1965 viene diffusa allo stadio prima di ogni partita. Ma è altrettanto importante ricordarlo come un protagonista dell’ Italia del secondo dopoguerra, quell’Italia che lavorava sodo nella ricostruzione, che risorgeva dalle macerie carica di speranze e, malgrado le ristrettezze economiche, la durezza del lavoro non ancora segnato dall’automazione, il triste fenomeno dell’emigrazione, sapeva guardare al futuro con ottimismo.
Ebbene, con le sue canzoni, da Firenze sogna a La porti un bacione a Firenze e varie altre, delle quali seppe dare una splendida versione, egli contribuì a tenere alto il nome dell’Italia e anche dare fiducia ai nostri emigrati che trovavano lavoro all’estero.
È primavera… svegliatevi bambine
Alle Cascine, messere Aprile fa il rubacuor.
Nella mia infanzia, vissuta a Buti (Pi) quando sentivo alla radio dalla calda, armoniosa voce di Narciso Parigi Mattinata fiorentina, mi immaginavo una Firenze splendida con prati fioriti cieli azzurri, e la raffinatezza, esemplificata da quell’accenno alle madonne fiorentine di sapore rinascimentale. Quella Firenze che si può ammirare da Piazzale Michelangiolo e che allarga il cuore. La Firenze che Narciso ha tanto amato e di cui è stato interprete .
Peraltro, egli è stato anche attore di successo che ha saputo ricoprire parti drammatiche come in Terra straniera, un film del 1952 diretto da Sergio Corbucci che parla di un gruppo di emigrati italiani che passano clandestinamente in Francia e trovano lavoro in una miniera ma uno scoppio di grisou li imprigiona in una galleria. O protagonista delle angoscianti vicende di Acque amare del 1954 (Il suo rapporto con il cinema è poi continuato fino a pochi anni fa).
Nel 2008 curai la regia dell’evento- spettacolo che si tenne sulla terrazza della Sede Rai di Firenze per festeggiare i suoi 80 anni insieme a quelli del coetaneo Marcello Giannini.
Da quel momento, per diverso tempo, siamo stati in contatto: Narciso mi colpiva per la signorilità, l’affabilità tipica di tutti i grandi e lui lo è stato davvero come attesta la sua popolarità, che è rimasta elevata, pur nel mutare delle generazioni.
Quella sera del 2008 dalla terrazza della Rai si vedeva il suggestivo spettacolo di una Firenze notturna illuminata dalla luna e tornavano subito alla mente i versi
Firenze stanotte sei bella in un manto di stelle
Che in cielo risplendono tremule come fiammelle.
Con Narciso Parigi abbiamo parlato di molti argomenti: dei suoi Festival, del successo in America e in altre parti del mondo, della trasmissione Ci vediamo in Tv ma anche del ruolo ancora fondamentale della radio e dei nostri sforzi per mantenere alta la vocazione radiofonica della Sede fiorentina della Rai. E abbiamo avuto occasione di parlare anche dei suo celebri stornelli,delle tradizioni popolari toscane, del canto in ottave e dei poeti improvvisatori per i quali Buti,il mio paese d’origine, è rinomato
Ma in quelle conversazioni mi sono sempre dimenticato di fargli una domanda che mi riproponevo sempre di porgli la volta successiva: perché la giovane “madonna bruna” di Firenze sogna vegliava dietro a un balcone? Aspettava (forse invano) un innamorato? Era in ansia per un marito che ancora non era rientrato? O più semplicemente ammirava l’incanto di una città incomparabile e, nel silenzio della notte, riusciva a coglierne la sua anima più profonda e recondita? Immagino che, come di solito, mi avrebbe dato una risposta arguta, simpatica, esaustiva.