
Con tutto l’amore possibile per le inchieste di Corto Circuito e per i suoi realizzatori, anzi, in forza di questo, ci permettiamo di dire che la serata di venerdì scorso ha raggiunto l’inverosimile risultato di far sembrare la mafia qualcosa di tutto sommato più serio dello Stato che deve combatterla. Trasformare la storica sala in cui il vessillo patrio diede all’aria i primi gemiti nel palcoscenico per qualche esaltato fremente d’indignazione, o politici furbini in campagna elettorale permanente, è stato un autogol in grande stile: chi ha organizzato l’evento, aveva presente che siamo a due settimane dalle elezioni regionali? Vedere poi persone serie come Caselli o Spataro strumentalizzate a mo’ di certificatori ISO 9001 antimafia a uso e consumo dell’amministrazione locale, che in teoria non ne avrebbe nemmeno bisogno dato che a Reggio non c’è traccia di un politico o amministratore indagato per mafia, è avvilente.
Stiamo provocatoriamente ai fatti: se ci basiamo sui risultati delle indagini, la mafia a Reggio quasi non c’è: dove sono gli arresti? Poche decine in una provincia di 500mila abitanti. Dove sono le condanne del tribunale di Reggio negli ultimi cinque anni? Dove sono gli imprenditori complici? I politici conniventi? Non pervenuti in sentenze di condanna definitiva. Zero. Nisba. Deserto. I casi sono due: o davvero la mafia quasi non esiste a Reggio, oppure gli organi dello stato preposti ad arginarla, magistratura in primis, sono straordinariamente inefficienti. In mezzo a questi due estremi, per ora, un eccesso parolaio che serve solo a qualche impresa sociale (i ragazzi di cortocircuito precisano di operare del tutto gratis, ndr) per fare due soldi con i corsi antimafia nelle scuole