Firenze – Fu davvero una strana guerra quella che si combatté 150 anni fa e che è ricordata in Italia come la Terza guerra d’Indipendenza. Strana fin dalle sue origini perché Austria e Prussia – due grandi potenze che si erano alleate contro la piccola Danimarca – finirono poi per scontrarsi sul destino dei ducati conquistati ai danesi. Ma l’obiettivo di Bismarck era più ambizioso: mirava a sostituire l’egemonia austriaca con quella prussiana sull’intera Germania. Si assicurò, allora, l’alleanza dell’Italia che sperava di completare il processo unitario e la benevola alleanza della Francia, facendo intravedere a Napoleone III la possibilità di ingrandimenti territoriali nel Belgio e nel Lussemburgo. Il cancelliere evitò così di dislocare truppe sul Reno e poté concentrarle contro gli austriaci che,viceversa, dovettero dividere le loro forze tra il fronte settentrionale e quello meridionale.
L’8 aprile 1966, ottenuto anche il consenso francese, l’Italia stipulò il trattato di alleanza con la Prussia. All’inizio di maggio, con una mossa che avrebbe poi ripetuto nel 1914, l’Austria offrì la cessione del Veneto in cambio della neutralità italiana. Tuttavia, tale cessione era subordinata non solo alla vittoria austriaca ma anche la riconquista della Slesia che rendeva la promessa abbastanza remota. Il governo italiano rifiutò.
Intanto, il 15 giugno la Prussia invase la Sassonia. Il 20 giugno, nel rispetto del trattato, l’Italia dichiarò guerra all’Austria e scese in campo con circa 200mila uomini dell’esercito sabaudo divisi in due armate, una comandata da La Marmora sul Mincio e l’altra da Cialdini sul basso Po. Inoltre,c’erano circa 40mila volontari guidati da Garibaldi.
L’esercito austriaco, alquanto inferiore numericamente, era però saldamente attestato nelle fortezze del Quadrilatero. Per questo, ci si attendeva che conducesse una guerra difensiva. Le due armate italiane mancarono di coordinamento e di adeguati servizi di informazione. Per di più alcuni reparti restarono a sorvegliare le fortezze austriache.
Così, quando nella notte tra il 23 e il 24 giugno, La Marmora avanzò oltre il Mincio su un ampio fronte, ci si aspettava che gli austriaci fossero dietro l’ Adige: Invece avevano già attraversato il fiume e, attestati sulle colline ad est del lago di Garda, poterono attaccare le truppe italiane mentre erano ancora in marcia disposte a ventaglio. Davanti a Custoza si trovarono di fronte 50mila italiani contro 70mila austriaci che finirono per prevalere ma non si trattò di un vero successo giacché le perdite furono limitate (circa 600 quelle italiane, assai meno di quelle austriache). Fu ordinata la ritirata che, con l’esercito praticamente intatto, avrebbe potuto trasformarsi in una nuova avanzata, specie se si fosse operato il ricongiungimento con l’armata di Cialdini che avanzava da sud.
Ma, nel frattempo, il 3 luglio, la Prussia sbaragliò gli austriaci a Koniggratz (Sadowa). Le cariche di cavalleria s’infransero contro il muro di fuoco dei nuovi fucili Dreyse a retrocarica e i prussiani si aprirono la strada per Vienna. L’Austria chiese la mediazione di Napoleone III che, per quanto riguardava l’Italia, prevedeva la cessione del Veneto. Il presidente del Consiglio Ricasoli ,al pari di La Marmora, riteneva umiliante ricevere il Veneto dalla Francia e propendeva per il rifiuto. Ma quando la Prussia accettò di concludere la pace, non poterono che adeguarsi.
Nel frattempo, poiché le truppe austriache si erano ritirate per accorrere alla difesa di Vienna, l’esercito sabaudo penetrò a fondo nella pianura veneta e il 21 luglio Garibaldi ottenne una vittoria sul campo a Bezzecca. Era ormai a pochi chilometri da Trento quando fu costretto a fermarsi dalla tregua concordata il 24 luglio tra Vienna e Berlino.
Alcuni giorni prima, il governo italiano, per recuperare il prestigio perso a Custoza, aveva fatto pressioni sull’ammiraglio Persano, minacciandolo di destituzione,se non avesse attaccato subito la flotta austriaca nell’Adriatico. Persano, sebbene preferisse attendere l’arrivo di nuove unità, si decise alla battaglia che iniziò il 19 luglio presso l’isola di Lissa. Lo scontro decisivo si ebbe il 20 e la flotta italiana, più numerosa ma con minore esperienza. subì una sconfitta che costò l’affondamento delle corazzate Palestro e Re d’Italia mentre l’Affondatore riparò ad Ancona dove si inabissò ma poté essere recuperata. Gli italiani ebbero 620 morti e il nuovo insuccesso provocò l’indignazione popolare.
A seguito della tregua che impedì a Garibaldi di avanzare verso le Alpi e a Cialdini di spingersi a fondo verso Trieste, e della successiva pace del 9 agosto, che impose a Garibaldi di abbandonare il Trentino(il generale ripose con il celebre “Obbedisco”! ) si parlò di “tradimento tedesco” perché Bismarck accettò la mediazione di Napoleone III la quale prevedeva che il Trentino restasse all’Austria. Così, alla fine gli italiani, se la presero .con la Francia ritenendo che avrebbero potuto spingersi a Trento e a Trieste essendo gli austriaci ormai in ritirata oltre il Brennero.
La “strana” questione del Veneto che Vienna non volle cedere direttamente perché non riconosceva il Regno d’Italia ma assegnò a Napoleone III perché la “girasse” all’Italia aveva fatto sorgere voci di compensi che la Francia avrebbe preteso. Ma Napoleone III non chiese nulla e procedette subito alla cessione all’Italia.
Ciò non impedì che in alcune città (Livorno, Napoli, Palermo) si svolgessero manifestazioni ostili alla Francia e il passaggio del Veneto all’Italia avvenne quasi alla chetichella, senza cerimonie ufficiali, in un albergo di Venezia.
Da questa strana guerra del 1866 scaturirono conseguenze importantissime per la storia d’Europa: la Prussia costituì la Confederazione del Nord acquistando la forza necessaria per attaccare e a vincere la Francia nel 1870 con la conseguente caduta di Napoleone III, la perdita dell’Alsazia e della Lorena, da cui derivò un’instabilità politica alimentata dall’esprit de revanche.
L’Austria, esclusa dalla Confederazione tedesca , non era più un concorrente temibile e Bismarck cercò d’instaurare rapporti amichevoli, non scevri di quella deferenza che si mostra per un nobile decaduto. L’asse dell’impero asburgico si spostò sul Danubio e Vienna cercò nei Balcani le compensazioni che portarono alla crisi del 1914.
Per l’Italia, dimentica di Lissa e Custoza, il nuovo acquisto territoriale apparve subito incompleto; ne scaturì un’ostilità con la Francia che, acuita dallo schiaffo di Tunisi del 1881, portò nel 1882 alla stipula della Triplice alleanza con la Germania e con l’Austria, proprio in funzione antifrancese.
Addirittura potremmo cercare alcune cause remote della prima guerra mondiale ma sarebbe un procedimento arbitrario.. l’unico fattore che possiamo individuare è che finì l’assetto europeo sancito dal Congresso di Vienna e provocò un’instabilità che avrebbe portato alla nascita di blocchi contrapposti: un tentativo di restaurare gli equilibri e che ebbe invece un esito funesto.